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L'EDITORIALE DE IL GIORNALE D'ITALIA

#CAMBIAVENTO

1 Salvini

di Francesco Storace

Non dura vent'anni. Renzi scenda da cavallo, la sua storia rischia di finire molto presto, alla luce dei risultati delle regionali.

Vince e convince Matteo Salvini: il centrodestra a trazione leghista in Veneto trionfa alla grande, superando persino la soglia del 50 per cento dei voti. Le divisioni della sinistra premiano la coalizione a guida Toti in Liguria, col 37 per cento; si arriva a un soffio dal risultato in Umbria; va male in Campania; disastro annunciato, cercato, perseguito in Toscana, Marche e soprattutto Puglia. Almeno in Toscana e Marche (qui bravissimo Francesco Acquaroli, che ha preso a sberle il trasformismo) solo l'asse antiRenzi ha dato filo da torcere alla sinistra. In Puglia la festa possibile e' stata rovinata dall'ira di Berlusconi contro Fitto e dalla badogliata di Adriana Poli Bortone: il suo protagonismo - sempre e comunque candidata - rende impossibile la contesa esattamente come fece cinque anni fa schierandosi con l'Udc. Si dedichi ai nipoti, adesso.

In una domenica elettorale utilizzata dal 53 per cento degli elettori, il Pd lascia a casa quasi due milioni di voti in un anno. E persino Grillo e' mollato da novecentomila persone ai seggi. In settecentomila salutano Forza Italia, 115mila sono gli elettori che abbandonano Alfano e soci, la cui presenza nella coalizione ligure e' ininfluente ai fini della vittoria di Toti.

Renzi "vince" in Campania con De Luca, detto Severino, e l'aiutino di De Mita, altro che rottamazione. Da #cambiaverso a #cambiavento.

Del trionfo di Salvini si sa tutto, con altri settecentomila voti in più nello zaino.

Nel crollo generale, spicca invece la tenuta di Fratelli d'Italia, che registra l'unico dato negativo proprio nella Puglia dell'inutile tradimento della Poli Bortone, peraltro piazzatasi quarta tra i candidati presidenti, esattamente come le aveva pronosticato Giorgia Meloni. Una campagna elettorale in salita ha impedito a Fdi di mietere anche lì' il successo che avrebbero meritato i suoi militanti.

Alle europee, la Meloni aveva totalizzato il 3,7%. I risultati regionali di domenica la innalzano al quinto posto tra i partiti, sorpassando la cosiddetta Area popolare di Alfano, che un anno fa era riuscita invece a centrare il quorum per Strasburgo. E allora per Fdi fu un risultato in mezzo a sole dieci liste, ora combattendo con un'infinità di candidati in una marea di simboli. In Umbria e nelle Marche i risultati migliori, oltre il 6 per cento, in alleanza con la Lega: la coerenza contro il renzismo ha fatto premio, e ora non bisogna mollare.

Anche Forza Italia - col deludente risultato a poco più del 10 per cento - dovrà capire che deve mollare definitivamente le operazioni in salsa neocentrista. L'Italicum fa decidere tra due concorrenti: e Alfano non è certo decisivo con il suo manovrare a palazzo.

È da destra che si può dare la spinta decisiva all'alternativa alla sinistra. Siamo pronti a fare la nostra, umile, parte.

QUEI NEROSELFIE...

Buonasorte1

di Roberto Buonasorte

Casa per casa, come si faceva un tempo, senza gli sfarzi delle cene milionarie e dei manifesti scintillanti.

È stata una campagna elettorale in bianco e nero, potremmo dire, con il contatto umano, sincero, paese per paese, nelle piazze più sperdute dell'entroterra.

E non è un caso forse se proprio quei Neroselfie lanciati da Storace, sulla rete siano diventati l'ultima moda tra i giovani.

Qualcosa di buono forse nelle ultime settimane si è mosso in favore della destra italiana. Lo abbiamo potuto toccare con mano nei tanti incontri avuti nell'aiutare i candidati di Fratelli d'Italia su e giù per lo Stivale.

Una scelta, questa, ritenuta necessaria, e quando il nostro Comitato Centrale ha votato all'unanimità, con due sole astensioni, la proposta di Storace di sostenere il partito guidato da Giorgia Meloni, si era subito capito che in quella decisione aveva prevalso il bene superiore rispetto a quello particolare, la rappresentanza alle poltrone.

È stata percepita eccome, quella voglia di unire anziché dividere, con tanto entusiasmo: ad Ancona come a Pisa, a Rovigo e a Bari, e poi a Foggia, Massa, Firenze, Treviso, Caserta, fino alle ultime due tappe della notte scorsa a Napoli e Giugliano. Tutti ad applaudire quel gesto compiuto con lealtà e senza alcuna trattativa, esattamente il contrario di quello che ormai accade normalmente negli ultimi anni, soprattutto nell'era del renzismo imperante.

Già, il renzismo, con il quale si ingannano persino gli anziani, dove la parola data vale meno di niente e che specie tra i più giovani sta diventando un "esempio" da imitare per ottenere tutto e subito, sgomitando, tradendo, con una faccia tosta tipica di chi è cresciuto senza valori.

Il bullo fiorentino pensava che tutto andasse liscio, e che con la stessa spregiudicatezza con cui aveva scalato il vertice delle Istituzioni italiane, avrebbe potuto continuare a prendere in giro un popolo intero, massacrare le forze sociali, spianare i partiti e umiliare la sua minoranza interna.

Per carità, finché nel nostro Paese esisteranno voltagabbana come la Moretti, opportunisti come Matteo Orfini oppure, da questa parte del campo, signore come la Poli Bortone, sarà sempre più difficile ridare quella dignità alta che politica ed Istituzioni meritano.

Qualcosa però questa sera potrebbe accadere, e se tanti italiani stufi di essere presi in giro da un Premier che sembra solo un soldatino nelle mani della Merkel e agli ordini dì Bruxelles, dovessero recarsi numerosi alle urne, anziché unirsi alla folla di delusi e rassegnati, davvero potrebbe suonare la campanella dell'ultimo giro per Matteo Renzi.

E se questo accadrà, dalla settimana prossima tantissimi uomini e donne che in passato hanno creduto e militato in una destra pulita, potranno tornare a sperare, a credere, ad impegnarsi, a ricostruire quella casa che, maledetto il giorno in cui venne sciolta Alleanza nazionale, ci manca da troppo tempo.

Oggi dunque, tutti alle urne: votare, votare, votare, per Fratelli d'Italia, per la destra, per l'Italia, per i nostri figli.

E per rendere la politica di nuovo pulita, come un tempo. Una politica in bianco e nero.

HARAKIRI

harakiri renzi online

di Francesco Storace

Chi di spada ferisce, di spada perisce. Matteo Renzi ha smesso di sorridere e da ieri si è rinchiuso in bagno perché se la sta facendo letteralmente sotto. La Bindi gli ha provocato un pandemonio a 48 ore dal voto e adesso la vorrebbe uccidere. Il premier aveva appena dichiarato che gli "impresentabili" delle regionali che l'antimafia avrebbe reso noti non erano un problema perché nessuno li avrebbe eletti. È sbiancato in volto quando gli hanno detto, poco dopo, che nella lista c'era pure Vincenzino De Luca.

È una commedia a tre, tutta interna al partito democratico, che sprofonda come merita nella vergogna per la pretesa di rappresentare il partito-Stato. Da ieri e' in corso una rissa gigantesca attorno alle spoglie di De Luca, della Bindi, di Renzi.

Il primo e' davvero uno strano personaggio. Sempre pronto a fare la morale agli altri, pensa di poter continuare ad imbrogliare il mondo con un atteggiamento strafottente. Ha ingannato persino i cosiddetti moderati, voltagabbana in verità, tra cui pure una nostra vecchia conoscenza, Carlo Aveta (poverino, costui aveva annunciato una svolta per la legalità, si è trovato a badogliare sostenendo il peggiore di tutti). De Luca ha non solo la nota condanna che lo sottopone ai fulmini della legge Severino, ma ha sul groppone pure un processo per concussione che lo ha reso impresentabile agli occhi della Bindi. Che prima ha annunciato di voler querelare, salvo poi ringraziarla per avergli fatto guadagnare centomila voti. Un po' confuso, il ragazzo.

Poi, la stessa Bindi, che se da un lato ha fatto una mossa da politica consumata e abbastanza spregiudicata contro Renzi, dall'altro ha dimostrato quanto siano pericolosi i personaggi più in vista nel Pd. Usano le istituzioni a loro piacimento, si scannano da luoghi che dovrebbero essere terzi rispetto al conflitto politico, sono indegni di governare.

Per finire, Matteo Renzi, al quale tutto lascia prevedere che resterà solo un glorioso harakiri sulle colline di Firenze. La sua antipaticissima supponenza, l'arroganza rivendicata, la presunzione sconfinata lo fanno finire in malo modo. Domani il Pd perderà le regionali per le sue vendette interne. A pensarci bene, lui la pratico' a palazzo contro Enrico Letta, la sconterà nei seggi elettorali.

Non è una bella pagina per la democrazia italiana, che si avvita su se stessa, nei conflitti interni al partito che sognava di dominare la nazione dopo averci scodellato l'Italicum. Dovranno rifare i conti, l'oste ce l'hanno in casa ma il vino e' avariato.

Peccato che dall'altra parte non ci sia ancora la consapevolezza di poter tornare a governare, di fronte ad avversari così scapestrati e senza il minimo senso delle istituzioni. Il rischio vero che adesso corre il centrodestra e' quello di farsi soppiantare dai grillini. E sarebbe un delitto. Sbrighiamoci a rifare una destra, che se ne sente il bisogno. Maledetto il giorno in cui fu sciolta Alleanza nazionale.

INCUBO MAX

renzi-dalema

di Francesco Storace

Col casino che c'è nel centrodestra, tira su di morale la fifa blu che sembra affliggere il premier Renzi. Domenica prossima il premier teme la scoppola nonostante gli avversari. E in fondo se la sta cercando con una spocchia che ha dell'inarrivabile. A chi è ancora in grado di avere memoria, Renzi ricorda il conte Max, quel D'Alema che sconfiggemmo in malo modo alle elezioni regionali del 2000.

Ed è proprio il premier a far ricordare quel precedente quando nella sua ansia da pronostico, inanella una serie di previsioni che gettano nello sconforto anche i più faziosi dei suoi aficionados. Renzi sembra aver già gettato alle ortiche ladylike, Alessandra Moretti, casta e innocente, e Vincenzo De Luca, brutto e condannato. Veneto e Campania kaputt. Il Pd rischia anche in Liguria - nonostante Toti non appaia cosi convinto, al punto che la mobilitazione pare fatta apposta per non disturbare i suoi avversari - e in Umbria, dove un candidato come Ricci sta facendo sognare il colpo gobbo al centrodestra. Davvero un peccato quella follia di Forza Italia in Puglia, nelle Marche e in quella Toscana dove sono stato ieri: in queste tre regioni l'alternativa alla sinistra l'hanno smagnetizzata con altrettanti favori postNazareni a Matteo Renzi.

Ma quel 4 a 3 pronunciato dal presidente del Consiglio e' gustoso. Non richiama solo Italia Germania mondiale, ma anche l'inaspettata vittoria - per altri, non per me che la cercai convintamente - che con la conquista del Lazio determinò le dimissioni del premier abusivo di allora, Massimo D'Alema.

Mi fa piacere che Berlusconi rievochi quella stagione, in cui fu il popolo a buttare giù da palazzo chi non era andato a palazzo Chigi per volontà degli elettori ma per una manovra di politica politicante. Chi visse con me quella candidatura, sa quanto il Cavaliere la osteggiasse fino all'ultimo: partivo da meno diciotto nei sondaggi che mi contrapponevano a Piero Badaloni, presidente uscente. In Campidoglio c'era un sindaco come Rutelli, scatenato a far propaganda al governatore in carica. Ci fu una riunione ad Arcore, e Berlusconi mostro' dati in cui l'Umbria sembrava più a portata di mano del Lazio a causa della mia candidatura...

Quando il leader del centrodestra di allora si decise a partecipare all'apertura della mia campagna elettorale, mi chiamo' il giorno prima Bonaiuti per chiedermi che cosa avrei voluto ascoltare pubblicamente dal presidente. Gli risposi di fargli dire "il contrario di quello che pensa...".

Vincemmo. E D'Alema dovette capitolare, uscire di scena, a casa. Aveva giocato tutte le sue carte sulla vittoria nel Lazio. Gli andò davvero male.

Poco dopo le elezioni, arrivo' a Tor Vergata la straordinaria giornata mondiale della gioventù. Io ero collocato in seconda fila, alle spalle del premier. Davanti a me era seduto il successore di D'Alema, Giuliano Amato, che per fare lo spiritoso mi appello come "il presidente ginnico della regione". Fu per me facile replicargli che se lui stava lì' davanti a me, era solo perché io stavo dietro a lui...ammutolì, il suo sorriso furbetto svani' d'incanto.

Vincevamo noi.

CENTO ANNI

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di Roberto Buonasorte

Cento anni, è un periodo di tempo molto lungo quello che ci separa da quel 24 maggio 1915 che segnò l'ingresso dell'Italia nel Grande Conflitto Mondiale.

Ne sono cambiate di cose, in questo secolo: siamo passati dal treno a vapore al freccia rossa, dal telegrafo all'IPad, da una realtà rurale all'era tecnologica.

Ad un innalzamento dell'età media è corrisposto un graduale smarrimento di valori, sono due facce della stessa medaglia: da una parte le scoperte scientifiche, farmacologiche, cliniche, il "benessere", la qualità della vita che in termini pratici è decisamente migliorata; dall'altra il disgregarsi delle famiglie per l'inseguimento di modelli apparentemente "moderni" ma che spesso mascherano uno svilimento della società.

L'immigrazione, ad esempio, è uno dei grandi temi con cui negli ultimi vent'anni il popolo italiano ha dovuto fare i conti in modo sempre più drammatico.

Anche chi scrive è figlio di quell'esperienza: nato oltre i confini italiani, in Svizzera, da genitori operai emigrati oltralpe in cerca di fortuna, ne conserva un ricordo straordinario.

Dopo le prime diffidenze, gli italiani, emigrati ad inizio secolo verso le Americhe, e negli anni cinquanta e sessanta verso le miniere belghe o le fabbriche tedesche, rispettavano le regole di quei Paesi e con sacrifici enormi riuscivano a farsi rispettare, in molti casi arrivando anche a ricoprire ruoli prestigiosi, nella società e persino nelle istituzioni.

Oggi un italiano, dopo una vita di stenti e sacrifici, riceve una pensione di cinquecento euro al mese, chi sbarca clandestinamente sulle nostre coste, ventiquattr'ore dopo inizia a percepirne trentacinque, di euro, al giorno: mille euro al mese, esattamente il doppio del nostro pensionato.

Siamo certi che quel pensionato continuerà a considerare questa come la sua terra? Quella Patria per cui cent'anni fa suo padre combatté e morì?

Nella societá di un tempo, prima si creavano i risparmi, poi si comprava il bene di cui si aveva bisogno. Oggi, "grazie" alla carta di credito e alle finanziarie ci hanno abituati al "tutto e subito". Si è passati da un eccesso all'altro. Un tempo si diceva che dove si mangiava in quattro si poteva mangiare anche in otto, era il grande insegnamento della tradizione contadina, quell'Italia rurale che nell'agricoltura e nell'allevamento trovava il suo sostentamento, le sue sicurezze, quelle basi che, seppur molto dure, non sarebbero mai crollate.

Si viveva con poco. Poi arrivò la guerra, e ci si dovette abituare a vivere ancora con meno. Quanti sacrifici ha fatto quella generazione, quanti dolori ha sofferto. La Guerra dei nostri nonni, o forse bisnonni, dovremmo ormai dire, appartiene a un secolo fa. L'Italia era una piccola realtà che aveva trovato da pochissimo tempo la sua unità, eppure andò alla guerra. Quei giovani soldati andarono al fronte senza esitare, con un coraggio che oggi ancora ci sorprende. Giovani e meno giovani, gli uomini di inizio Novecento andarono a combattere per questo Paese che era appena diventato Patria.

Riteniamo incredibile la polemica sollevata in queste ore dal governatore dell'Alto Adige Kompatscher nel lanciare il provocatorio sciopero del Tricolore. Noi oggi non "festeggiamo" l'ingresso dell'Italia in guerra, oggi "commemoriamo" quel giorno che segnò l'inizio di un lungo periodo di guerra e di morte, ma anche di amor patrio e di coraggio. Vi morirono un milione e duecentomila italiani, di cui la metà civili. Quel coraggio e quello spirito di sacrificio devono essere - essi si - ancora oggi da esempio per tutti.