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L'EDITORIALE DE IL GIORNALE D'ITALIA

IDEM SENTIRE

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di Francesco Storace

Spero di togliermi qualche curiosità sabato prossimo, alla festa dei giovani di Forza Italia, che si terrà a Giovinazzo, in provincia di Bari, per tutto il weekend. Parteciperò a un dibattito - stando al programma - di assoluto livello, col vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, col capogruppo azzurro di palazzo Madama Paolo Romani, e con mister preferenze, Raffaele Fitto, che se sapra' giocare le sue carte potrebbe smuovere davvero le acque di un centrodestra troppo sonnolento.

Parleremo di futuro, ed e' ora. Mettendo in chiaro, da subito, che non avrebbe senso una corsa ad inseguire il messaggio della discontinuità, come troppe volte e per troppi anni abbiamo visto con riferimento a Berlusconi. Chi si è cimentato nell'opera ci ha rimesso le penne, il popolo ha comunque scelto il Cav.

Bisogna fare un'altra cosa, nell'attesa di un leader che non si trova e quindi senza smaniare se in campo resta Silvio: individuare la forma partito e le sue idee programmatiche che servano a recuperare al voto milioni di italiani che comunque risultano dispersi. A ridare fiato all'alternativa alla sinistra di Renzi.

Nella crisi generale del centrodestra, sia pure un po' ammaccata Forza Italia e' rimasta di gran lunga il primo partito; i partitini sono rimasti partitini, la Lega un po' più su degli altri, ma nessuno di loro può alzare la voce.

Le idee, dunque, come tentativo di ri-costruire un idem sentire che ci faccia tornare a parlare un linguaggio comprensibile agli elettori che cercano un messaggio netto, non ambiguo. Oltre il governo, per intenderci: non ha molto senso l'idea di dover sorreggere Matteo Renzi, che deve far da solo se ne e' capace senza aiutini particolari. E magari chiarendo che legge elettorale si vuole: se si insegue una coalizione, l'Italicum non ha molto senso...

Davanti a qualche centinaio di giovani, occorrerà spiegare piuttosto come rimettere in campo l'entusiasmo e le passioni, la politica e il sacrificio, che non conta solo la qualità dell'amministrazione, ma anche una missione etica che dia il senso di un destino che si costruisce insieme.

Non ci si chieda, ad esempio, di essere uniti solo attorno ad un programma economico. No, la crescita di una società non e' legata solo ad ottanta euro o a un taglio più o meno oculato della pressione fiscale. Va offerto un modello di coesione sociale e culturale che torni a caratterizzare lo schieramento che più di ogni altro per anni ha proposto attaccamento ai valori della Nazione.

Quando Berlusconi afferma che non siamo come la sinistra, quella del tanto peggio tanto meglio, afferma una profonda verità. Ma deve ampliare il suo ragionamento non solo ad una crisi che deprime e preoccupa la società - e il governo Renzi non e' la medicina - ed avere il coraggio di mettere in discussione le attuali e inaccettabili opzioni europee, le scellerate politiche legate all'immigrazione, il relativismo etico e culturale.

Politica come anima civile e passione ideale. E' la prima cosa che vorremmo veder rinascere. A Giovinazzo e su queste pagine spiegheremo che cosa chiediamo. E proponiamo.

C'È UN'EUROPA DA RIDISEGNARE

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di Roberto Buonasorte

Ormai dobbiamo dircelo senza peli sulla lingua, non dobbiamo più temere il politicamente corretto, questa Europa ci fa schifo.

Nulla a che vedere con quella che sognavamo durante gli anni giovanili: Europa nazione... Dal Baltico agli Urali... Erano le frasi più ricorrenti nei canti che accompagnavano le nostre giornate militanti, durante le affissioni, i cortei...

Fino a qualche settimana fa il gigante tedesco, ma anche quello francese, apparivano come i padroni, gli invincibili.

Poi qualcosa si è rotto.

Anche la Germania ha iniziato a conoscere la crescita zero, a dimostrazione che è un intero sistema ad essere in crisi, quello cioè  imposto dai banchieri della BCE con la complicità di Stati fantoccio e presidenti supinamente ad essa accucciati.

L'ultima, ma solo in termini temporali, a schiantarsi contro le politiche restrittive e punitive di Bruxelles e Francoforte, è stata la Francia.

Monsieur Hollande, ai minimi storici quanto a gradimento, addirittura è dovuto ricorrere al rimpasto di governo  per rimpiazzare il "ribelle" Arnaud Montebourg al ministero dell'Economia considerato troppo anti-tedesco o forse semplicemente troppo "di sinistra"...

E chi nomina al suo posto?

Emmanuel Macron, 37 anni ancora da compiere e già banchiere dei Rotschild, mica una dinastia qualsiasi...

Ma che tipo è Emmanuel Macron?

Uno tipo Matteo bullo da Firenze, un primo della classe, ambizioso, affabile, che secondo il suo entourage "sedurrebbe anche una pietra". Ad appena 30 anni è il banchiere della famiglia Rothschild, si occupa di uno dei più grandi affari recenti: l'acquisizione da parte di Nestlé di una filiale di Pfizer.

Sono questi gli uomini che piacciono a banchieri padroni d'Europa: giovani, svegli, ambiziosi, ma ad una condizione: sempre e comunque pronti ad obbedire ai loro comandi.

Anche dalle parti nostre è accaduta la stessa cosa, esattamente come a Parigi.

Prima con Mario Draghi, poi con Monti, ancora con Enrico Letta, ed infine con Renzi.

Nessuno di essi eletto dal popolo, tutti sotto il protettorato di Napolitano, che giustamente - dal suo punto di vista - credendosi un monarca, non dice una sola  parola sul dibattito in corso sull'abolizione del reato di vilipendio per il quale solo Francesco Storace rischia di andare al gabbio il prossimo 21 di ottobre.

Recessione e deflazione erano parole sconosciute ai più in Italia, al massimo si poteva parlare di crisi, oppure di austerity durante gli anni settanta.

Da oggi invece dobbiamo fare i conti con una crisi generale che appare senza via d'uscita.

A meno che non si voglia dare ascolto a chi guarda con grande attenzione a Marine Le Pen, l'unica voce autorevole - e con tanti consensi popolari alle spalle - in grado di tenere testa ai burocrati dell'euro che stanno affamando intere Nazioni.

Già, Le Pen, mica i piccoli leader nostrani, euroscettici a corrente alternata, capaci di osannare Berlusconi quando era al comando apparentemente invincibile, far finta di litigarci il giorno prima della presentazione delle liste, allearcisi il giorno dopo per aggirare gli sbarramenti della legge elettorale, e ricominciare il giorno dopo ad insultarlo.

Furbetti del quartierino, verrebbe voglia di chiamarli...

Oppure seguire quanti teorizzano una alleanza politica ed economica con la Russia di Vladimir Putin, consapevoli però che si rischierebbe di fare la stessa fine di Berlusconi: chi tocca i fili muore.

Ma se fosse proprio questa la via d'uscita?

Da una parte c'è questa splendida lingua di terra che si espande nel mediterraneo, ricca di storia, arte, cultura, spirito solidale, clima straordinario...

Dall'altra una nazione con tante risorse economiche e minerarie, unite anche dalla religione, cristiana la nostra, di rito ortodosso la loro.

Al diavolo dunque l'euro, la Merkel, Draghi e la BCE.

Le vie del Signore sono infinite...

 

MAMMA E MAMMO

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di Francesco Storace

Ora spuntano, per volontà del tribunale e non del Parlamento, mamma e mammo. L'egoismo di due donne contrapposto al diritto di un pargolo ad avere un padre e una madre viene seppellito a Roma, in un'aula giudiziaria. Ormai tutto è relativo, basta avere voglia di qualunque cosa e bisogna ottenerla. A prescindere da ogni valore.

Madre natura non ci consente di far nascere un figlio in maniera diversa che tra un uomo e una donna? Chissenefrega, dicono i benpensanti di oggi, nasca come diamine voglia e se possibile in provetta, ma cresca come diciamo noi. Che i genitori debbano essere di sesso diverso non sta scritto da nessuna parte, bestemmiano, e il diritto naturale diventa qualcosa di inesistente. E contro chi si azzarda a criticare, si eleva la fatwa laica. Speriamo che vogliano lasciare intatte le nostre gole.

Ormai non conta più nulla. Il tribunale di Roma ha stabilito che due donne lesbiche - fidanzate da un po' di tempo - possano tenere con se' una bimba di cinque anni, nata con fecondazione eterologa. Una volta c'era la legge e i magistrati erano chiamati a sanzionarne le violazioni; ora decidono direttamente loro che cosa e' consentito fare, fregandosene di quelle che sono le nostre convinzioni.

Nessuno di noi intende sindacare l'amore tra quelle due donne. In fondo, sono fatti loro. Ma i fatti loro diventano fatti nostri se si pretende di imporre modelli sociali per via giudiziaria. E' qualcosa di orribile pensare di prendere a sganassoni cultura, tradizione, convincimenti e imporre il loro contrario a colpi di sentenze.

Sono nato in un mondo in cui il bambino aveva diritto al padre e alla madre. Nessuno mi ha avvisato per tempo che tutto questo non ha più ragione di essere, che adesso prevale il "diritto" di ciascuno di noi ad avere un figlio. Fra poco sarà legittimo sottrarlo ad altri in un gara criminale a chi vanta più "diritti".... Il più debole della compagnia non ne ha....

In tribunale hanno stabilito che è possibile questo tipo di adozione in attuazione di una norma del 2001: in mancanza del secondo genitore che riconosca come proprio un figlio, la legge consente che in una coppia uno dei due partner adotti il figlio naturale o legittimo dell’altro. Come se quella norma - il magistrato pare non saperlo - fosse stata scritta per prevedere "miracoli" tra coppie dello stesso sesso. In realtà, si è adottato uno strampalato stratagemma per sovvertire la realtà delle cose: ci si metta mano con serietà, perché non ne possiamo più.

In discussione c'è il diritto a una vita normale. Soprattuto quella del nascituro. Non ne siamo padroni.

ORLANDO, OCCHIO ALL'EFFETTO MASTELLA

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di Francesco Storace

Rischia di trasformarsi in Mastella 2. Il ministro della giustizia, Andrea Orlando, all'anagrafe ha 45 primavere, di faccia sembra ancora più giovane, ma politicamente sembra miri ad apparire vecchio. Il rischio che corre e' quello di generare delusione.

Una decina di giorni orsono gli ho scritto la lettera che Il Giornale d'Italia pubblica a pagina 2. Leggendo della riforma della giustizia mi sono detto: vuoi vedere che mi libera (e ci libera, tutti) dal cappio del vilipendio al presidente della Repubblica, un reato di casta che più casta non si può?

Macché, nemmeno uno straccio di risposta. Per Andrea Orlando e' evidentemente normale aprire le porte del carcere se uno contesta il capo dello Stato. Oppure, e' irrilevante. Ed è ancora peggio.

Non pensi, il ministro di Renzi, che io parli di questa vicenda per frignare. Non mi spaventano le sbarre. Ho solo a cuore la libertà di qualunque cittadino di questo paese e mi fa schifo un sistema giudiziario che contempla la galera per l'opinione (tacciano le anime belle, garantiste solo per se stesse, proprio come il Mastella che fu e l'Orlando che è).

Questo governo di ottimati crede che uno punti a farla franca con condizionali e sospensioni di pena. Non e' il mio caso: se siamo al punto che e' previsto un processo e poi la reclusione se un giudice ti condanna per così tanto, bene, si aprano le porte del carcere senza cincischiare più su detenzioni e prescrizioni, che non ha davvero senso blaterare di giustizia.

L'onorevole Orlando eviti di passare alla storia come il ministro dell'ignavia e assuma invece un'iniziativa, fosse anche quella, semplice semplice, di rispondere ad una letterina. Non fugga, almeno lui, dalla responsabilità della decisione. Ringiovanisca.

Non consenta che un cittadino debba temere di incorrere nell'ira di un ministro (non nella competenza di un giudice!) se colpisce con la parola il capo dello Stato. Sia questi e non il governo a chiedere giustizia, civile o penale che sia. Ma e' una vergogna che a decidere sia un ministro. Accade nei regimi, non in democrazia. E se è vero che Orlando - questa volta a differenza di Mastella - cassa generalmente le richieste di indagine sul vilipendio del presidente della Repubblica, qualcuno mi faccia gentilmente sapere se a me tocca questo rischio solo perché quella volta a via Arenula siedeva il boss di Ceppaloni. "Giustizia"...

INFEDELI

27 agosto

di Francesco Storace

Sangue che sgorga dalle gole. Fanatici che ammazzano in nome della religione. Isis, Islam, musulmani: tutto questo rappresenta un mondo che spaventa l'Occidente. La barbarie fa fatica ad essere rappresentata persino sugli schermi televisivi, tanto e' orribile.

Eppure, da noi c'è chi sottovaluta la situazione e non si accorge di seminare panico nelle città. Sorgono moschee e centri islamici come funghi. Nella gara ci si è infilato anche il sindaco di Milano, Pisapia, che ha tirato su addirittura un bando nel nome del diritto di culto e di moschea.

Ormai sono tante centinaia le località che in tutta Italia ospitano - anche in aree pubbliche - i luoghi di raduno religioso che promanano dalla parte più tormentata del pianeta. In questi siti gli imam pronunciano i loro sermoni, assai raramente in lingua italiana - eppure i nostri preti predicano nelle lingue locali nel terzo e quarto mondo - ma già dalle loro espressioni facciali si può ricavare l'immagine della minaccia permanente all'Occidente. Che sarà pure Infedele, ma tollera tutto quel che gli si vomita addosso.

Non e' più tempo di minimizzare. E' possibile pretendere, ad esempio, che per autorizzare una moschea ci debba essere il bollo del Viminale, tanto per stare tranquilli su chi la gestisce e chi predica? “Oh Allah porta su di loro ciò che ci renderà felici. Oh Allah, contali uno ad uno e uccidili fino all’ultimo. Non risparmiare uno solo di loro”. Queste le parole testuali contro gli Israeliani pronunciate in una moschea del Veneto, a San Donà di Piave, dall’imam marocchino Raoudi Albdelbar durante la predica del 1 agosto scorso e che gli è costata l'espulsione dall'Italia. Ma a quanti saranno rimaste impresse quelle terribili espressioni?

Non bisogna meravigliarsene. E' scritto nel Corano quello che deve accadere, a partire dagli ebrei. Ma l'Occidente volge lo sguardo sempre dalla parte opposta, salvo poi gridare ohibò.

Bisogna invece gridare a piena voce basta alla costruzione di moschee in ogni dove e che e' una fesseria gigantesca parlare di diritti costituzionali: e' da malati di mente non comprendere la differenza tra un luogo di preghiera e una vera e propria casa di propaganda antioccidentale.

Abbiamo il dovere di porre paletti a tutela della nostra sicurezza. Se tanti italiani sono sobbalzati alla notizia che i seguaci Isis erano arrivati all'aeroporto di Tripoli, e' evidente che sale la paura. E chi governa deve smettere di giocare a chi e' più buono con chi ci odia.

E' giunta l'ora di mettere in campo una politica a tolleranza zero: il diritto a pregare non si discute. Ma di preghiera deve trattarsi e non di incitamento allo sterminio dell'altro, soprattutto quando l'altro siamo noi che viviamo da questa parte del mondo. E' un dovere delle classi dirigenti; e' scontro di civiltà. Bisogna scegliere di stare dalla parte opposta ai tagliagole. Di Battista e quelli come lui se ne facciano una ragione.