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L'EDITORIALE DE IL GIORNALE D'ITALIA

SENZA ROMA

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di Francesco Storace

I topi. Le buche. Gli autobus. La pulizia. I debiti. I delinquenti.

Quando Virginia Raggi avrà ben chiaro il guaio in cui si è cacciata, ne scoprirà un'altra, che è tutta da rinfacciare ad una sinistra livorosa, che ha perso letteralmente la bussola. La regione di Zingaretti e' impegnata inutilmente da mesi in una discussione ferma nella prima commissione, sui poteri da trasferire agli enti locali. L'obiettivo è far male a Roma.

Il centrodestra sta conducendo un'autentica battaglia a suon di emendamenti alle norme di attuazione della legge Delrio, e vanno citati in proposito i consiglieri di Forza Italia Pino Simeone con il capogruppo Antonello Aurigemma, i più attivi. Ieri, la resa. Arrivati all'art. 2, quello su cui erano state calate le proposte di modifica per dare finalmente poteri a Roma capitale, la sinistra ha fatto fagotto, affermando l'impossibilità di procedere con i lavori. Bottega chiusa, discussione finita.

Si è addirittura arrivati a dire no alla proposta dell'opposizione di ascoltare il nuovo sindaco di Roma sui contenuti della legge. Un atteggiamento spocchioso rifiuta il confronto, impedendo addirittura di verificare con chi poi dovrà cimentarsi con le nuove norme se c'è bisogno di migliorie legislative. No, l'ordine di Zingaretti e' perentorio. Non si tratta con la grillina, semmai i poteri li diamo alle province. Ignorando, pare di capire, che comunque la stessa città metropolitana di Roma sempre da Raggi e compagnia sarà dominata.... Autolesionismo.

La desolazione aumenta constatando la persistenza del curioso "sciopero" dei consiglieri a Cinque stelle, che continuano a disertare le commissioni alla Pisana per una diatriba col Pd che va avanti da mesi. E così facendo regalano numeri alla maggioranza, che ne approfitta per evitare di dover discutere sui poteri da dare alla Raggi.

Se si prosegue così, se non rinsaviscono tutti - sia il centrosinistra che i pentastellati - finirà che con uno dei soliti blitz a cui Zingaretti ci ha abituati, la riforma approderà direttamente nell'aula del consiglio regionale per poi essere approvata a colpi di maxiemendamenti. Con tanti saluti alla correttezza del dibattito su quella che potrebbe rappresentare la prima, vera rivoluzione per Roma capitale.

Fossi nella Raggi, una telefonata a Zingaretti la farei. Per dirgli di darsi una calmata e discutere seriamente sulla governance della città. Trasporti, Commercio, Urbanistica, Turismo e tante altre materie devono essere regolamentate con serietà e affidate con urgenza all'amministrazione di Roma, che deve poter snellire tutte le sue decisioni senza dover attendere sempre il via libera della regione Lazio. Ma il protoRenzi che governa da via Cristoforo Colombo pensa di poter fare a meno di tutti e si prepara, pure lui, ad andare a sbattere. Il dramma è che con la presunzione di questa sinistra e con l'atteggiamento ostruzionistico dei grillini a rimetterci sarà la Capitale. Che di guai ne ha già abbastanza e non merita la mortificazione di una riforma senza Roma.

VEDOVE

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di Francesco Storace

Nei tiggi' le lacrime dei potenti. Nelle case, certamente, le preoccupazioni dei popoli. Ma nella pancia la soddisfazione di uno schiaffone epocale ai tenutari dei nostri conti, agli schiavisti del tempo moderno, ai delinquenti che affamano i poveri sempre più poveri.
Ha vinto il ribelle. Ha perso il prepotente. Lo sbriciolamento di un modello europeo governato a misura di moneta e' cominciato con Brexit. L'impennata degli elettori inglesi ha dato la scossa ed è ovvio che nulla sarà più come prima.
Lo hanno capito tutti, a partire dalle vedove inconsolabili di casa nostra. Renzi dalle TV, la Boldrini dalla Camera, Napolitano da chissà quale anfratto, si sono messi ad offendere il popolo sovrano. Tutti in fila dietro il Grande Negatore della democrazia, al secolo Mario Monti, che si è scagliato contro Cameron per aver osato chiedere l'opinione del suo popolo riguardo alla permanenza britannica nel seno dell'Unione europea. Non disturbare il manovratore...
Non sopportano che la gente abbia detto basta con milioni di schede infilate nell'urna, a riprova che monta un clima di rivolta che solo gli stolti possono ostinarsi ad ignorare. Tutto questo accade perché è sempre più forte il distacco tra popoli e Palazzi. In Italia come in Europa si viaggia lungo direttrici opposte.
In casa nostra ha francamente stupito il voltafaccia di Grillo che, poche ore prima del responso delle urne da Londra, si era spinto contro la Brexit, come un manutengolo qualunque di questa Europa burocratica e strozzina. Misteri della politica.
Detto di una sinistra in gramaglie, tocca al centrodestra italiano assumere un'iniziativa. E la stessa Forza Italia sarà chiamata ad assumere una posizione chiara nei confronti della sua "casata" europea, quel Ppe che esce duramente picconato dalla consultazione inglese. Ci sarà spazio, ad esempio, per rinegoziare seriamente i trattati comunitari come limite per la permanenza dell'Italia nella UE?
Sarebbe gravissimo ignorare quel che è successo. Anche perché è accaduto - questo voto libero - nonostante una temperie costellata da minacce e manipolazioni della realtà; se si vuole ricostruire un'idea vera di Europa, bisogna accantonare il giogo finanziario e le dittature tecnocratiche. L'euro ha condizionato le politiche degli Stati; no, e' la sovranità degli Stati che deve decidere le politiche monetarie, senza prevalenza a vantaggio di tizio o di caio. Che nella traduzione comune significa sempre Angela Merkel. E non si può più fare.
Qualche anno fa, era il 2012 e in Italia regnava Mario Monti, con le bandiere de La Destra sfilavamo in ventimila a Roma per reclamare il diritto del nostro popolo a pronunciarsi sui trattati. Era l'epoca in cui allegramente in Parlamento votavano fiscal compact e porcherie cantando. Nessuno diede ovviamente retta al grido della nostra gente, nemmeno i sovranisti di complemento che campeggiano oggi nei salotti TV. È auspicabile che si sappia avere la forza per chiamare a referendum sull'Europa anche gli italiani.

#SENZAAUTOCRITICA

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di Roberto Buonasorte

Non sappiamo come finirà domenica prossima il ballottaggio di Milano tra Parisi e Sala, probabilmente i contendenti gareggeranno fino all'ultimo voto. Nelle altre città invece un dato certo ci sarà: Matteo Renzi - arrogante come molti quarantenni in giro in quest'epoca superficiale ed opaca - subirà una cocente sconfitta, il vento dei grillini a Roma, come probabilmente anche a Torino, non lo fermerà certo questa o quella dichiarazione di voto del leader di turno, la gente ormai decide aldilà delle indicazioni degli apparati.

A Roma invece, dove si è consumato lo strappo più doloroso, per la prima volta dopo ventitré anni, il centrodestra non accede al ballottaggio.

Eppure l'occasione era ghiotta, dopo il fallimento di Ignazio Marino è incredibile vedere il PD ancora in finalissima.

La cosa che più di ogni altra indigna - e lo scriviamo senza vena polemica, ma solo per analizzare i fatti - è che mentre tutti gli esponenti del centrodestra, a partire da Storace, in qualche modo hanno ammesso errori, l'unica che non solo non lo ha fatto ma che anzi continua ad alzare la voce in modo scomposto, è Giorgia Meloni.

Si è molto arrabbiata, Giorgia, dopo le parole della Mussolini che ha detto di essersi candidata proprio per fermare lei; sono le stesse parole pronunciate da  Gasparri e Matteoli che hanno svelato come la decisione di Giorgia di candidarsi non è stata presa per vincere a Roma, ma solo per bloccare Francesco Storace, dichiarazioni ovviamente mai smentite, complimenti.

L'acredine esternata dalla leader di Fratelli d'Italia deve far riflettere; sempre presuntuosa, mai l'ammissione di aver sbagliato qualcosa - nemmeno di fronte a scelte assassine come quella di votare a favore della legge Fornero - si propone con quel piglio da prima della classe che neppure Gianfranco Fini, al quale deve molto, si permetteva nonostante guidasse un partito che era al 15 per cento, ma in tutta Italia.

Invece lei no, sempre a sentenziare su tutto e tutti; abilissima come pochi ad alzare il muro del silenzio quando qualcuno dei suoi viene pizzicato in questa o quell'inchiesta; cresciuta negli studi di Mediaset che Berlusconi le ha generosamente spalancato, in realtà vedendo i voti raccolti in giro per l'Italia avrebbe poco da ridere.

A Torino come a Napoli, a Milano come a Bologna e persino a Salerno, il suo partito ha preso meno voti di quelli che racimolava l'MSI; a Savona, Crotone e Cosenza e altre città non sono riusciti neppure a presentare la lista.

Ancora più crudele è stato il responso delle urne se le percentuali delle grandi città si paragonano alle elezioni europee di appena due anni fa.

Apparentemente fresca, in realtà Giorgia non lo è affatto, esattamente come i deputati del suo Gruppo da Rampelli a Taglialatela, da Cirielli a Totaro, da decenni saltano tra consigli comunali provinciali e regionali, da 15 stanno in Parlamento, La Russa addirittura da 25, e fanno i nuovi...

In realtà la cosa che maggiormente preoccupa, al netto del finto nuovismo che la Meloni tenta di trasmettere, è il brutto esempio che dà.

Vedendo come si comporta il loro capo, è ovvio che in giro per le città italiane tanti piccoli arrogantelli locali crescano, e infatti i risultati si vedono.

Più umiltà ragazzi, è il suggerimento che, sommessamente, ci sentiamo di dare.

La destra per sua natura è sempre stata inclusiva e plurale, nel suo interno si sono combattuti scontri durissimi ma l'avversario era sempre fuori di essa, mai dentro, altrimenti addio sogni di gloria, e un partito che era nato con l'ambizione di diventare un grande movimento di popolo, non solo non ha sfondato al nord, ma nemmeno al sud, e al centro tolte tre o quattro province c'è davvero poco.

Ma un po' di autocritica, mai eh?

C'E' POSTO

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di Francesco Storace

Come sarà l'Italia di domani credo che non sia facile da immaginare per nessuno. Assisteremo al passaggio di Renzi come una meteora? O vedremo all'opera i rivoluzionari da operetta che hanno incontrato sulla loro strada un portafortuna di nome Beppe Grillo? Nel frattempo, mi pare difficile immaginare l'avvenuta realizzazione della funivia lungo la via Boccea. E comunque ho anche scarsa fiducia nel mantenimento di una sola delle migliaia di promesse del premier che sta ora a palazzo Chigi.

C'è posto per un'alternativa a queste sciagure? Anche qui, la palla di vetro e' oscurata e non si intravede qualcosa che lasci spazio alla speranza. Eppure, ci sarebbe lo spazio. In fondo, il centrodestra dilaniato di questi tempi è riuscito ad andare al ballottaggio in tre grandi città su cinque - Milano, Napoli e Bologna - mancando l'obiettivo di Roma e Torino per le straordinarie divisioni che il mitico palazzo Grazioli non è proprio riuscito ad evitare.

Berlusconi, Salvini e Meloni hanno litigato inutilmente, salvo poi dare sempre la colpa agli altri. In questo caso l'indice e' stato puntato ingiustamente contro Berlusconi, che poi ha avuto anche conseguenze abbastanza preoccupanti sul suo stato di salute. L'ho visto l'ultima volta mercoledì della scorsa settimana, la sera della mia assoluzione al processo Napolitano, e ne era assolutamente contento. Faccia a faccia, con un sorriso che gli si vedeva da lontano un miglio.

Poi, il patatrac elettorale. Che fare, e' la domanda di tutti. Unità e' la risposta più pigra. Con chi antepone l'interesse del proprio partito e' difficile stare insieme. Il rischio di vedere scorrere sangue per la lista da presentare con l'Italicum e' enorme.

Ci vogliono passi, gesti, fatti. Per quel che mi riguarda, non ho problemi personali. Otto anni in Parlamento mi sono stati sufficienti. Dobbiamo essere uniti per consentire a chi ci sta da dieci e passa di bivaccare li' dentro ancora molti anni?

La rivoluzione non è anagrafica, se vanno addirittura al ballottaggio a Torino e Benevento tipi come Fassino e Mastella, quest'ultimo con l'aiutino piccolino di Fratelli d'Italia (poi negato ieri dopo l'esplosione del caso sul Giornale d'Italia) e la manona di Forza Italia mentre Salvini spara a zero. Ma non possiamo permetterci di ignorare la fortissima richiesta di rinnovamento che c'è nel Paese.

Via dal Parlamento chi ci staziona da due legislature, si dia spazio a chi non c'è mai stato. Lo dico anche a Fratelli d'Italia: a differenza di Berlusconi, Grillo e Salvini, la vostra leader si sente obbligata a permanere in Parlamento? Bene, ma i Rampelli e i La Russa, che ci stanno da tanto tempo, se lo pongono il problema del ricambio o no? Si può ancora fare spallucce per chi è sotto indagine?

Lo stesso vale per tantissimi esponenti della Lega, di Fi e di Fratelli d'Italia. Già nessuno può dirsi vergine rispetto alla pratica del potere, se poi si continua a mettere avanti a tutto gli elefanti e qualche inquisito, non ha davvero più senso nulla. La storia degli intoccabili e' finita.

A Roma la Raggi tocca il 35 per cento dei voti proprio perché è apparsa incontaminata. La Meloni pensa di cavarsela dando la colpa agli altri, senza un minimo di autocritica, ne' sui propri comportamenti da buttafuori della coalizione; ne' su tanti voti espressi in Parlamento - dal sostegno a Monti all'approvazione della legge Fornero - che agli occhi degli italiani non la mondano dal peccato solo perché uscita dal Pdl quando Berlusconi non aveva più ministeri da offrire.

Lo spazio c'è. Basta non essere egoisti.

Più giornali e meno tweet. Più libri e meno post.

SI RIPARTE DA BARI

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di Francesco Storace

"Inevitabilmente, restando divisi, Salvini diventerebbe il fenomeno attrattore di un’area intera e non di una sola parte. E non è detto che sia un male, se davvero fa assumere, al suo movimento, una dimensione finalmente e autenticamente nazionale, resettando le asprezze del passato": questa frase sta nell'ultimo capitolo del mio libro, "La prossima a destra", e riassume quel che penso. Le divisioni a destra hanno favorito l'ascesa di Salvini; la ricerca dell'egemonia si conclude con il risultato della Meloni a Roma che però manca il ballottaggio (come mai accaduto a destra da quando è stata introdotta l'elezione diretta dei sindaci) e la certificazione di una sostanziale marginalità nel resto del Paese. Sta a Fratelli d'Italia capirlo; stando ai decibel della polemica cinicamente aizzata dalla loro leader all'indomani del voto capitolino, mi pare di poter dire che cerchino solo nemici da azzannare. Pazienza.

Lo stesso Salvini, però, deve fare i conti con un'ambiguità sostanziale, che gli fa perdere nel centrosud quel fascino che aveva suscitato. Non riesce a far scattare quella "dimensione finalmente e autenticamente nazionale" che avrebbe rappresentato per davvero una svolta rispetto ai tempi dell'indipendenza della Padania, che invece resta come obiettivo saldo nello statuto del suo movimento politico.

Resta il che fare per gli orfani di una politica di destra, che a Roma ci è costata anche un salasso elettorale. Se non c'è Nazione non c'è destra, questo va detto a chiare lettere. Ha ragione anche chi si interroga sul senso delle parole "destra" e "sinistra", che sembrano evocare fallimenti collettivi. Resta però indubbiamente vivo il sentimento nazionale che qualcuno dovrà pur rappresentare.

Ma ci vogliono facce nuove. Lo dirò stasera ai candidati della mia lista romana, che vedrò quantomeno per ringraziarli per aver combattuto in un'avventura sfortunata (del resto, difficili grandi performance se persino Forza Italia si ferma al 4 per cento...), e poi sabato 18 giugno a Bari. Da lì, intendo ricominciare in tutto il paese un colloquio con quel nostro popolo che ha vissuto con dignità il nostro stesso percorso politico, che nel mio libro - c'è anche un evento fb ad hoc per la presentazione pugliese - tento di raccontare attraverso i protagonisti.

Quella storia va dispersa? Tutto in frantumi perché qualcuno a Roma non diventa assessore? Oppure perché manchiamo l'obiettivo del seggio consiliare? Quando nacque, la destra italiana, aveva questa finalità? Certe polemiche sono davvero esagerate e denotano una voglia di dominio che si scontra con percentuali assolutamente basse anche per chi presume di aver vinto non si sa bene cosa.

L'evento barese sarà organizzato dalla fondazione Tatarella, intitolata al precursore di una politica "Oltre il Polo". Certo, manca l'armonia di cui Pinuccio si fece indefesso apostolo; ma arriverà quando al posto nostro ci saranno finalmente schiere nuove che non devono vantare ministeri o assessorati nei loro curriculum; ma magari lauree e fatica nella società, perché questo impone il tempo nuovo. E noi vogliamo aiutarli. Da dietro le quinte. Basta un libro, un giornale, un po' di dinamismo culturale.