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L'EDITORIALE DE IL GIORNALE D'ITALIA

UN MILITANTE CHE CI MANCHERÀ

lamorte ok

di Francesco Storace

Donato Lamorte se ne è andato nel tempo brutto della politica. E in fondo anche in questo sembra ci sia lo zampino del fato, che invochiamo sempre più spesso a dare spiegazione ai nostri perché. Con questa politica cattiva, sleale, anaffettiva, uno come lui non c'entrava davvero nulla.

E ieri ha preso cappello ed è salito in cielo. Umile e insieme grande figura della destra italiana, che domani sarà salutato da quanti avranno la possibilità di essere a Roma in questo mese di agosto, che sembra rappresentare un'altra scelta del destino per l'addio alla vita di Donato Lamorte. Quante volte ha trascorso agosto a Roma per presidiare il partito, che non poteva restare sguarnito mentre la dirigenza se ne stava con le famiglie in vacanza.... Era un 21 agosto di tantissimi anni fa quando se ne andò un altro grande protagonista della destra romana e nazionale, come Michele Marchio, suo e nostro amico. Anzi, mi si permetta, per Donato che se ne va, di scomodare l'espressione camerata. Perché lo era, come militante e amico fraterno.

Lo era, con tutte le asprezze che ti formano in una lunga vita politica in cui la presenza nelle istituzioni rappresenta solo un pezzo, a suggello di un percorso di fede nelle nostre idee.

Quando Fini lo porto' in Parlamento - dove e' stato per tre legislature in rappresentanza della terra natia, la Basilicata - credo che tutti ne fummo contenti, a destra. No, non potevano esserci invidie verso chi lo aveva meritato per lealtà di comportamento. Il Capo non si discuteva, e lo aveva dimostrato anche con Giorgio Almirante.

Poi, certo, come a ciascuno di noi, gli piaceva cimentarsi nell'organizzazione del partito, a partire da quello capitolino, e magari brigare in quelle manovre che trasformavano in bollicine effervescenti i nostri fantastici congressi, locali e nazionali che fossero. Ma in testa aveva sempre e solo una cosa: la ricerca della soluzione ai problemi. Non distruggeva, ricuciva.

E con questo stato d'animo soffriva maledettamente la diaspora della destra e me ne parlo' in più occasioni. Senza mai alzare la voce, e pure Donato Lamorte avrebbe potuto permetterselo. No, senza arroganza - lui che pure aveva seguito il suo leader persino in Fli - conversava e non sbraitava.

L'ultima missione lo vide protagonista nella fondazione An, che sognava come luogo di ricomposizione della destra politica italiana. Ci vedemmo - riservatamente, com'era suo costume - più volte, persino nei momenti di più aspra polemica, fosse il simbolo di An o la sede di via Paisiello. Ma era impossibile litigarci.

Impossibile non volergli bene.

Impossibile non piangerlo alla sua scomparsa.

LA BOMBA

romanina

di Francesco Storace

Probabilmente ci sono paesi del mondo in cui Roma non e' nella lista nera del turismo; anzi è segnalata, proposta, imposta per l'accoglienza praticamente a tutti quelli che nelle zone più disgraziate del pianeta terra vedono l'Italia come Bengodi. Ma costoro rischiano di diventare un enorme problema - anche dal punto di vista igienico sanitario - se le autorità preposte fanno orecchie da mercante.

All'estrema periferia della Capitale, alla Romanina, alle porte di Frascati, sta per esplodere una bomba sanitaria in un palazzone popolato da diverse centinaia di africani. Li chiamano rifugiati, bivaccano li' senza arte ne' parte, chi abita nei dintorni teme per la propria salute.

Siamo in via Cavaglieri 8, un tempo sede della Facoltà di Lettere dell'Università di Tor Vergata, di proprietà dell'Enasarco, dove da anni è presente una comunità di africani tra Somali, Eritrei, Sudanesi ed Etiopi. Il via libera all'occupazione lo diede Veltroni, il cui gabinetto pagava a spese nostre i consumi di elettricità nonché l'affitto all'ente.

Poi, manco a dirlo, ci si mise il governo Prodi con il ministro del Welfare Ferrero, che aveva previsto uno stanziamento di fondi per consentire il trasferimento degli occupanti in strutture più idonee; ma l'iniziativa non ebbe seguito: i rappresentanti di quelle comunità non gradivano...

Poi, il Campidoglio si è convinto a non sborsare più soldi e gli occupanti sono ricorsi ad allacci abusivi per cui, come ha scritto persino Il Manifesto tempo addietro, "dalle finestre del palazzo pendono come corde fluttuanti al vento, decine di cavi elettrici allacciati ai ripetitori della corrente intorno".

Un sito internet, ilmamilio.it, ha ulteriormente denunciato la gravità della situazione in termini sanitari e sociali, giunta a livelli di grave pericolo.

Nel silenzio delle istituzioni, ieri ho depositato in regione un'interrogazione perché abbiamo appreso con raccapriccio che attualmente nella struttura vivono circa 800 immigrati e si sono verificati numerosi casi di scabbia oltre che di altre patologie del derma, determinate da condizioni igieniche pessime, di tubercolosi e di Aids. Le stesse condizioni psichiche degli occupanti non sono certo delle migliori, con evidenti e diffusi casi di patologie depressive e ansiose.

A tutto questo si aggiunga - secondo quanto ha scritto il sito citato - che "all'interno non è praticamente possibile entrare", che "un'ispezione globale è praticamente impossibile", come avrebbe riferito "chi è potuto entrare in alcuni dei locali". E non e' finita, perché attorno allo stabile occupato, si vive pure in una situazione di vera e propria discarica a cielo aperto.

Tutto questo e' incivile. E non e' pensabile che possano esistere luoghi dove chi deve controllarne lo stato, sia impossibilitato a farlo, come se fosse una zona franca.

A Roma non deve più accadere tutto questo. E lo sottolineiamo alla regione Lazio, che vorrebbe persino approvare una legge per istituire il cosiddetto Garante del rifugiato. Lasciateci in pace, per favore.

IL TRAPPOLONE

renzi draghi bassotti ok

di Francesco Storace

C'è, eccome se c'è, la trattativa sui conti con l'Europa. La Banda Bassotti e' all'opera, adesso parla le lingue e usa il computer.

Un autorevole parlamentare europeo mi dice che a Bruxelles ormai lo dicono tutti che Renzi "vuole pagare il debito vecchio col debito nuovo". Invito il mio interlocutore a fermarsi e spiegare. "Semplice - mi dice - quando Draghi parla di cessione di sovranità si riferisce anzitutto alle mani dell'Europa sul nostro patrimonio. Siamo incapaci di venderlo e ci penseranno loro, ma dietro trasferimento dei nostri beni a loro. Fisco incluso. Allentano il nostro debito vecchio e ci rendono schiavi dettandoci le cose da fare a casa nostra".

Il meccanismo che ci stritolerà si chiama Erf (fondo europeo di "redenzione”) e ne abbiamo parlato nei mesi scorsi sul Giornale d'Italia. Sul tema c'è vasta letteratura anche sul web, a partire dagli scritti di Antonio Rinaldi, economista e campione dei "no euro" e da quanto ci offre Giuseppe Palma, avvocato di Brindisi.

Quello che vogliono da noi in Europa - e le nostre fonti comunitarie sono molto precise sul tema dei colloqui "segreti" - lo ha spiegato benissimo Draghi a Renzi. Il quale nega ma "deve" essere d'accordo: si prepara a svendere il patrimonio nazionale.

A fine mese, al massimo quello dopo, i governi degli Stati europei saranno chiamati alla decisione politica sull'Erf. E Draghi avrebbe convinto Renzi: "Non ti muovere dal 3 per cento, cedi al fondo i beni di proprietà dello Stato e il tuo debito sarà più leggero". Mattoni, spiagge, cultura e persino tasse.

Draghi vuole essere certo dei tempi dell'operazione e ha chiesto al presidente del Consiglio come potra' passare il trattato prossimo venturo sull'Erf in Parlamento, a partire dal Senato. In alternativa, c'è la strada elettorale anticipata: i poteri forti comunitari scommettono sulla vittoria di Renzi alle politiche, con un Parlamento reso più docile dall'Italicum per via della maggioranza che potrebbe avere il premier. E Draghi ha bisogno di una maggioranza silente disposta ad autorizzare senza condizioni la ratifica di un trattato peggiore del fiscal compact.

Nel colloquio in Umbria, Draghi e' stato preciso: la più micidiale delle trappole e' praticamente pronta. Con Erf - ha spiegato il presidente Bce al premier italiano - tutti gli Stati aderenti conferiranno al Fondo le eccedenze delle porzioni di debito superiori al 60% del PIL - noi voliamo oltre il 130... - e lo stesso Fondo, per finanziarsi e tramutare i titoli nazionali con quelli con garanzia comune, emetterà sul mercato dei capitali una sorta di super eurobond al cubo e avvalendosi della tripla A, concessa dalle Agenzie di rating alle emissioni della UE, godra' di tassi bassissimi.

In cambio verra' preteso a garanzia l’asservimento degli asset patrimoniali nazionali, riserve valutarie e auree e parte del gettito fiscale (es. IVA). In questo modo si firmeranno cambiali in bianco e la riduzione del debito avverrà automaticamente con la vendita dei beni patrimoniali seguendo la logica del curatore fallimentare più orientata a soddisfare i diritti del creditore che del debitore. Praticamente una specie di euro-Equitalia. Renzi ha detto si'. Pagheremo noi. E i nostri figli.

ARBITRIO

storace facebook

di Francesco Storace

"Non poteva non sapere". Da ieri anche il ministro della giustizia del governo Renzi, Andrea Orlando, e' informato formalmente del processo - rischio galera incluso - che mi attende il prossimo 21 ottobre presso il tribunale di Roma per aver violato l'anacronistico articolo 278 del codice penale, che punisce con la reclusione da uno a cinque anni di galera chi offende il prestigio e l'onore del Capo dello Stato. Per procedere, il magistrato ha bisogno dell'autorizzazione del ministro della giustizia. Con me, decise in appena 48 ore il garantista domestico Clemente Mastella.

Chi mi segue conosce la vicenda. Andrea Orlando dovrebbe pure conoscerla anche se non mi segue, visto che Renzi lo ha messo a guardia del bidone della giustizia italiana. Ma siccome non ha pronunciato finora una sola parola e sta mettendo mano alla riforma del processo, dei codici e di tante altre cose annunciate, forse e' il caso che si occupi della cancellazione di un reato che oggi da' l'idea di stare a presidiare la casta di Stato. Lesa maestà.

Ieri ho scritto al ministro una lettera che voglio che legga lui prima di altri, in modo da farsi un'opinione libera e finalmente essere messo a conoscenza direttamente da me di quel che gli volevo far sapere da mesi.

Ho anche modificato la copertina della mia pagina facebook che raccoglie quasi sessantamila iscritti con la fotografia della pagina dell'agenda del 21 ottobre con l'appuntamento in tribunale: "Processo Napolitano. Poi galera".

Già, perché ho anticipato al ministro quel che ho chiesto ai miei legali, Naso e Reboa. Mi batto per l'assoluzione, ma in caso di condanna non voglio benefici di legge ne' ricorrerò in appello. Se contestare Napolitano (riappacificazione a parte) e' un reato da galera, si aprano tranquillamente le porte del carcere. E si scoprira' che cosa vuol dire l'indignazione delle persone perbene di questo paese che non ne possono più di una giustizia amministrata anche in questa incomprensibile maniera.

Se si vuole evitare di trascinare il Quirinale nel ridicolo e lo stesso presidente Napolitano nell'imbarazzo, c'è da fare solo una cosa: abrogare l'articolo 278 del codice penale. Sia in caso di mia assoluzione che di condanna, il capo dello Stato rischia pesanti critiche. Non serve a nessuno. Ma nemmeno mi si può chiedere di tentare la fuga verso la prescrizione del eato.

Anche se credo di essere praticamente solo ad essere processato per questa accusa - nonostante i Grillo, i Travaglio e via discorrendo e le loro quotidiane invettive al presidente della Repubblica - se lorsignori ritengono che la parola "indegno" sia meritevole della galera, procedano. Ma il ministro ha il dovere di chiarire perché a processo devono restare solo alcuni e non tutti, per una norma che è ingiustificata, illiberale, discriminatoria. Una giustizia con due pesi e due misure e' arbitrio.

IL BLUFF È SCOPERTO

carte renzi

di Roberto Buonasorte

Pensava, Renzi, che da qualche tempo abbiamo deciso di chiamare Matteo bullo da Firenze, che bastava presentarsi a Palazzo Chigi con dei jeans scoloriti, oppure atteggiarsi a giovincello avvezzo alle applicazioni della Apple, a fare selfie, o, peggio ancora, a nascondere la corrispondenza severa che gli proveniva dall'Unione Europea.

No, e lo ripetiamo ormai da molto tempo, questa nostra Italia non ha bisogno di un venditore di pentole, ma di un governo (finalmente eletto dal popolo) che indichi una via per uscire dallo stato di strozzinaggio a cui ci hanno portato la Banca Centrale Europea, la Germania della signora Merkel e tutti i poteri forti internazionali che vorrebbero la nostra Nazione ridotta a colonia da spolpare fino in fondo.

Matteo bullo da Firenze non risolverà i nostri problemi con l'abolizione del Senato elettivo o introducendo nella Costituzione una norma che stabilisca a quanto debba ammontare lo stipendio del consigliere regionale (non sappiamo se ridere o piangere) ma incidendo in maniera drastica su costo del lavoro e cuneo fiscale, limitando i poteri di veto a cui i sindacati ricorrono in modo esagerato, lottando in modo fermo contro quella immigrazione clandestina che sta devastando popoli, culture, città e famiglie.

Negli ultimi giorni due dati ci hanno colpito in modo drammatico: quelli sul turismo e quelli sulla competitività delle nostre imprese.

Sul turismo i dati parlano chiaro, spiagge vuote e città piene, blitz mordi e fuggi ed alberghi deserti.

Persino nella perla delle Dolomiti non si riesce a vendere stanze d'albergo, neppure a prezzi stracciati, se è vero quello che leggiamo e cioè che anche con stanze poste in affitto a 50 euro al giorno, Cortina resta vuota.

Ma c'è di più.

L'Italia, che fino a qualche tempo fa era il paese più ambito come meta di turisti provenienti da tutto il mondo, scende sempre più verso il basso della classifica.

Secondo il rapporto 2014 di World Tourism Organization, l'Italia è ormai scivolata al quinto posto dopo Francia, Stati Uniti, Spagna e Cina.

La cosa sconcertante è che entro il 2017 è previsto un ulteriore arretramento del Bel Paese, con probabili altri sorpassi, addirittura da parte della Turchia.

Per quanto concerne il raffronto del costo del lavoro e la burocrazia a cui devono far fronte le nostre imprese rispetto alle altre dell'Unione, fa rabbrividire sapere che le tasse sulle imprese sono il 10% in Albania, nessuna per 10 anni e poi solo il 10 in Macedonia, il 22 nel Regno Unito, il 20 in Svizzera contro il 47 dell'Italia.

Il Cuneo fiscale è del 14% in Albania, il 27 in Macedonia, il 47 nel Regno Unito, Il 21 in Svizzera e il 99,2 da noi.

Se poi vuoi aprire una nuova attività, in Italia se ti dice bene impieghi dai 60 ai 120 giorni, nel Regno Unito 7 , in Svizzera 4, in Albania e Marocco un solo giorno!

Non vogliamo apparire come disfattisti, ma semplicemente non accodarci al coro dei lecchini, di quella Italia sempre pronta a saltare sul carro del "vincitore", dei giornaloni di regime che dedicano le prime pagine al bullo fiorentino omaggiandolo ogni giorno, o alla grande impresa italiana modello De Benedetti, quello per intenderci che socializza le perdite attraverso l'intervento dello Stato e privatizza gli utili delocalizzando imprese e lavoro.

Anche di questo, crediamo, avrà parlato nelle scorse ore il premier nell'incontro con Napolitano: di come intervenire a breve con misure economiche serie, perché l'ora della propaganda è finita, e settembre ormai è alle porte.

Anche se ormai il bluff è scoperto, e non è affatto escluso che il bullo dovrà arrendersi.