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L'EDITORIALE DE IL GIORNALE D'ITALIA

MILLE VILIPENDI

montecitorio

di Francesco Storace

Renzi deve essere impazzito. Il premier ha messo in moto un meccanismo intollerabile per l'elezione del presidente della Repubblica, decidendo praticamente da solo chi deve essere ma senza dirlo ancora a nessuno e pretendendo che 1009 grandi elettori lo votino a scatola chiusa. Sovverte persino il dettato costituzionale: finora si sapeva della competenza del capo dello Stato a nominare il presidente del Consiglio dei ministri. Con Matteo da Firenze si vuole imporre il contrario: palazzo Chigi decide sul Quirinale.

È davvero indecente la pretesa di un capo di governo peraltro mai eletto da nessuno nel posto che occupa e che non è neanche parlamentare. Ma in questa Italia rincoglionita dal renzismo mediatico nemmeno questo pare provocare scandalo, indignazione, protesta. In pochi si preoccupano che il sissignore preteso dal premier corrisponde ad un maxivilipendio al popolo italiano moltiplicato per mille. Sta ai grandi elettori - parlamentari e delegati regionali - sottrarsi al dispotismo del giovanotto che dovrà capire che non è il nostro signore e padrone.

Lo capiscano anche quei parlamentari che sono stati eletti con quel centrodestra che alle politiche aveva stampato in bella copia sul proprio programma la parola presidenzialismo. Dovevano fare la guerra sulle riforme per conquistare il diritto del popolo a scegliere il capo dello Stato, invece votano un disegno di legge costituzionale pieno di sciocchezze e senza la più democratica proposta che tutti avevano giurato di portare nella Carta. Anche loro decidono che sia solo Renzi a decidere....

Per fortuna c'è chi dice no e ha fatto bene Giorgia Meloni a far organizzare da Fratelli d'Italia un controvoto popolare per il Colle con gazebo che saranno messi domani e venerdì nei pressi del Parlamento e, pare, in altre città d'Italia, ma questo si saprà dal sito del movimento. I cittadini che vorranno protestare contro questo metodo imposto dal premier potranno scegliere il loro candidato e depositare la scheda nell'urna, esattamente come farò io.

Stando a quel che si sa, sulla scheda popolare ci saranno alcuni nomi stampati, ma ci sarà anche la possibilità di scrivere un altro nome, di età superiore ai 50 anni ovviamente.

Tra le proposte suggerite agli elettori, si va da Paolo Savona, economista di razza e sostenitore della sovranità monetaria all'imprenditore Bernardo Caprotti, "nemico" della cooperazione rossa; dalla professoressa antiaborto Paola Bonzi all'ambasciatore Giulio Terzi; da Vittorio Feltri a Giampaolo Pansa a Vittorio Sgarbi, uomini liberi della cultura nazionale. Non ci saranno nomi alla Giuliano Amato, per intenderci, non ci sarà istigazione al vilipendio....

Io ci andrò domani alle 15 e poco importa se non sono tra i Grandi elettori per il veto subito nel Lazio. Meglio, molto meglio, evitare errori e orrori di Palazzo e stare con i cittadini a sognare che un giorno quel voto popolare possa diventare finalmente una realtà. Anche per questo ci vuole una orgogliosa forza politica di destra.

DACCAPO

FotoPrimaOk

di Francesco Storace

Una cosa deve essere chiara. Quella di Alleanza Nazionale non è una storia finita nel fango delle mazzette. E per questo la destra italiana non merita di finire il suo percorso senza nemmeno tentare di riprovarci. Certo, le ferite ci sono; ma le idee restano e sono fortissime. Se il problema è il personale politico, ci mettiamo tutti da parte. Ma non avrebbe alcun senso chiudere le porte a chi vuole solo distribuire volantini e ricominciare. O sbattere le porte in faccia a chi vuole cercare e sostenere nuove leve.

Ecco, a vent'anni dalla nascita di Alleanza Nazionale, non c'è dubbio che chi ha vissuto da protagonista quelle giornate memorabili è scosso da emozioni nette. Sapevamo di cambiare la storia del nostro paese, la destra poteva finalmente aspirare a governare l'Italia.

Il bilancio di quel percorso diventa amaro quando si pensa a troppi sacrifici valoriali proprio nel nome di un potere che avevamo combattuto da missini. Lo chiamavamo regime. Anche in An c'è stata la passione, che oggi sembra smarrita in politica. Certo, un comizio di Renzi o di Salvini possono suscitare entusiasmi. Ma la passione e' un'altra cosa: è fede. È marciapiedi e non poltrona. E' sudore e non vita comoda. E' strillare e non tacere.

Ma facemmo bene, e lo voglio dire a troppi detrattori che inquinano il loro giudizio con sciocchezze sesquipedali. Ce l'hanno con Fini, che pure ha ammesso il più grande errore compiuto, proprio lo scioglimento di An. Ce l'hanno con i "colonnelli" - persino con chi diceva di no alla deriva del Ppe e del partito unico - senza spiegare dove sta l'alternativa. Ci sono giovani rampanti che non hanno davvero alcun titolo ad aprire bocca, avendo caratterizzato la loro esperienza politica solo con continui cambi di casacca.

A me e' capitato di vivere una breve stagione fuori casa, perché a destra ci sono stati troppi veti. Ma ora questa storia deve finire e ricominciare tutti insieme un percorso che non può finire tra le braccia di Matteo Salvini. Ma che c'entra, lui, con la nostra storia?

Quando festeggiammo il decennale di An c'era ancora una classe dirigente vitale, orgogliosa di se', combattiva. Ne avevamo fatta di strada da quell'articolo che vergai per il Secolo d'Italia dopo il referendum Segni. Non eravamo morti. E Roma, Napoli, i sindaci. I governatori. Tempi memorabili, che nessuno ci regalo'.

Dal 2006 comincio' il capitombolo, che lo stesso Fini preconizzava nei conciliaboli privati. Poi, l'innamoramento per quel maledetto centrodestra europeo, il partito unico con Berlusconi, l'ammainabandiera.

"Alta quella bandiera", ci ammonì invece Giorgio Almirante in uno dei suoi discorsi più belli. Ed è un preciso dovere di ciascuno di noi rimettere in campo quella speranza. Stanchi di guardarsi in cagnesco, tornare a sorridere l'uno all'altro e finalmente al nostro popolo. Belli. Fieri. In piedi.  

I CONTRARI

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di Roberto Buonasorte

Quanto ci piaceva quel centrodestra che lottava per affermare le sue idee.

Presidenzialismo, sicurezza, occupazione e diminuzione della pressione fiscale hanno rappresentato per anni le parole d'ordine di una coalizione che ha fatto sognare milioni di Italiani.

L'ingresso, dopo cinquant'anni di emarginazione, dei nostri al governo nazionale e alla guida di regioni e città importanti sembrava il giusto riconoscimento dopo anni durissimi, contrassegnati anche da quegli "anni di piombo" che avevano lasciato in terra tanti ragazzi "colpevoli" solo di credere in una grande idea.

Poi lo sfarinamento, le guerre personali, la giustizia, i poteri forti nazionali ed internazionali e il rovesciamento di un governo che pure era stato eletto dai cittadini.

Ma da quel 2011 ad oggi sembra davvero tutto impazzito.

Renzi è il terzo premier consecutivo approdato a Palazzo Chigi senza passare per il voto popolarperdono Napolitano che ci mise del suo per avallare operazioni davvero spregiudicate.

Angelino Alfano è il ministro degli Interni cresciuto con Berlusconi - oggi alla corte di Renzi - ed è proprio sotto la sua guida che abbiamo avuto il record di sbarchi in Italia.

Con Renzi e Poletti (quello amico di Buzzi) l'Italia degli ultimi due anni ha avuto il massimo della disoccupazione, con quella giovanile che si aggira intorno al 40 per cento.

La sicurezza, uno dei temi da sempre cari alla destra, è passato in quart'ordine nelle priorità governative con polizia e carabinieri sempre più soli, senza neppure i soldi per la benzina per le auto e con territori di centinaia di migliaia di residenti presieduti da una sola volante, quando va bene...

È notizia di ieri quella dell'ultimo assassinio a Mentana, alle porte di Roma: un medico di 71 anni è stato ucciso nella sua casa di campagna.

Le scelte economiche vanno esattamente verso la direzione opposta a quella che invece vorrebbe il popolo, dall'accesso al credito alla pressione fiscale fino ai tassi usurai applicati da Agenzia delle Entrate ed Equitalia: è un vero massacro, ma quando si è trattato di intervenire in favore di Bankitalia o nei giorni scorsi per le Popolari abbiamo visto la celerità, gli inchini, le slinguacciate ai poteri forti.

Infine la battaglia delle battaglie, il presidenzialismo.

Intere generazioni ci hanno sperato, creduto, lottato, poi scopriamo dalla Gelmini che in fondo se proprio non ci sarà non è che mettono a rischio le riforme...

Vergogna, è questione di dignità, rappresentanza, sovranità.

Quella sovranità che proprio oggi potrebbe riacquistare la Grecia se come pare probabile vedrà l'affermazione di Alex Tsipras.

Il leader greco non dice di voler uscire dall'euro ma di volerlo combattere da dentro, e non rispettare gli impegni presi dai governi precedenti, una evoluzione da seguire con molta attenzione.

In attesa di arrivare a quel presidenzialismo a noi caro in nome del popolo sovrano.

COLLE BASSO

 quiri

di Francesco Storace

Comunque vada, non sara’ un successo.

Dalla prossima settimana i 1009 elettori del nuovo presidente della Repubblica cominceranno a votare, ma tutto lascia pensare che l’unica novita’ che potrebbe esserci, starebbe al massimo nella diversita’ di genere: ma sempre a tutela di casta, a leggere i nomi che circolano. Una specie di istigazione al vilipendio permanente…. (anche perche’ tanto l'unico da condannare c’e’ gia’ stato; l’estremista di sinistra di Piacenza che diede del maneggione e altro a Napolitano e’ stato invece assolto nel processo…).

Infatti, in pole position pare salire Anna Finocchiaro. Negli ambienti che contano e’ bastato sussurrare il nome che andava per la maggiore fino a ieri mattina, Giuliano Amato, per farlo precipitare come un titolo di borsa assai ammaccato.

La Finocchiaro potrebbe unire il Pd – sembrano piu’ le loro primarie che l’elezione del presidente della Repubblica – e garantirsi il sostegno di versanti dell’opposizione di oggi, Berlusconi, e di domani, Salvini. Il capo di Forza Italia la considera, con un abile doppio senso, una “donna di grazia” e si capisce subito che intende, che cosa si aspetta dal successore di Giorgio Napolitano.

Contro di se’, la parlamentare siciliana ha una militanza istituzionale da tempo immemorabile, ancorche’ apprezzata dai piu’, almeno tra gli addetti ai lavori; una scarsissima riconoscibilita’ internazionale; i guai giudiziari del marito; lo scontro feroce che ebbe proprio con Renzi, a cui diede del miserabile quando questi gli rinfaccio’ la spesa con la scorta. Verrebbe accolta con una collana di foto, corredate dal titolo “Che bella Ikea…”.

E’ una candidatura sicuramente autorevole, ma che rischia di scontrarsi con la pubblica opinione, almeno al suo esordio. Bisogna starci attenti, poi non e’ certo detto che non possa giocare un ruolo autonomo da palazzo Chigi.

Ma la sensazione e’ che la soluzione vera sia ancora lontana dall’essere stata trovata. Allo stesso Renzi non basta una trovata di genere, che rischia comunque di essere impallinata da grandi elettori che muoiono dalla voglia di fargli pagare angherie e nazzareni.

Sia lui che Berlusconi dovranno faticare sodo in questi giorni per proporre una soluzione all’altezza del tempo che viviamo. Gia’, proporre. Perche’ stavolta non si trattera’ di nominare parlamentari come accadra' con le liste elettorali modello Italicum: tocchera’ offrire un nome gradito almeno alla maggioranza assoluta dei 1009 protagonisti nell’urna di Montecitorio. L’onorevole Franco Tiratore sa prendere bene la mira.

PARTITI

berlusconi renzi

di Francesco Storace

Ormai sono partiti, fanno il partito. Il tempo di sottoscrivere uno statuto, depositarlo dal notaio e al tempo giusto ce lo faranno sapere. Renzi e Berlusconi non giocano più e preparano la mossa ad effetto dopo quello che appare in tutta evidenza il suicidio elettorale di Forza Italia. Che saprà anche giocare le sue carte al tavolo della politica. Ma pare infischiarsene dell'incredulità del suo popolo di fronte a quanto accade.

Si rompono rapporti - si pensi al legame che pure sembrava avere un peso con Raffaele Fitto fino a qualche tempo fa, ricordo ancora un fugace incontro con il cavaliere, Fitto, Bondi e Verdini a palazzo Grazioli al tempo della fuga di Alfano - e ci si rimette insieme al delfino bollato come ingrato e traditore fino a poche settimane fa. Tutto nel nome del potere, di un Palazzo sempre più lontano dai cittadini se e' vero che il cavallo su cui puntano si chiama per davvero Giuliano Amato.

Anche quello che è successo alla regione Lazio è significativo. Non volevano un rompiscatole come me come rappresentante della minoranza per l'elezione del nuovo capo dello Stato, si sono beccati un rappresentante di Cinque stelle, Gianluca Perilli, perdendo per strada quasi metà della coalizione di centrodestra. Applausi. Dal vertice nazionale nemmeno una parola. E vorrei vedere. Se ne beccavano di vaffa...

Ora, siccome sono riusciti - quelli di Forza Italia - a perdere delegati persino in Basilicata ma anche in Lombardia e Veneto, (curioso....) e non so in quante altre regioni, è evidente che non c'è più una strategia di partito oltre le mura del Parlamento.

E questo è drammatico, perché vuol dire ignorare completamente i danni che si rischiano di provocare per troppi anni al nostro Paese. Non penso solo alle riforme costituzionali - non oso immaginare che cosa accadrà nel consigli regionali che dovranno eleggere 95 senatori, si prenderanno a sganassoni per guadagnare l'immunità parlamentare - sulla cui tenuta è difficile fare previsioni.

Ma quel che è peggio, se passa il disegno di riforma elettorale affidato praticamente ad un solo emendamento con una procedura che non si era mai vista nella storia istituzionale del nostro paese, il percorso successivo non può che prevedere il governo insieme. E poi, anche una lista elettorale....

Non sto vaneggiando, perché la mia mente va ad un fogliettino che mi fu mostrato mesi fa e al quale non diedi alcun peso, tanto mi pareva irrealizzabile. Una R e una B al centro di una specie di cerchio, sulla parte inferiore i 5 stelle, sul lato sinistro "Sel e civatiani" - così mi fu descritto il tratto di penna - e su quello destro Fratelli d'Italia e poi la Lega. È il sistema a cui punta Berlusconi. E questo spiega anche il conflitto in casa Pd.

Il disegno - politico - passa per la distruzione del centrodestra e del centrosinistra. Il paradosso è che se ne fanno alfieri quelli che dovrebbero essere i capi delle due coalizioni. Chi se ne frega di quel che succede di la', ma la tragedia è che lo si metta in pratica da questa parte del campo.

Il premio alla lista più votata serve solo a Renzi, come ha ricordato ieri Maroni, perché "non ci sono le condizioni per farla nel centrodestra". Ergo, siccome Berlusconi è tutt'altro che ingenuo, sono partiti per il Partito e lo faranno.

Sta a chi non ci vuole stare, a chi sta a destra per convinzione e non per convenienza, prepararsi alla battaglia vera.