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L'EDITORIALE DE IL GIORNALE D'ITALIA

C'E' IL BIS?

luce prima

di Francesco Storace

Non e' che c'è un secondo biscotto dietro l'affare Lazio Service? La mega tangente contestata al deputato del Pd Marco Di Stefano, accusato di aver dato il via all'operazione palazzi d'oro quando era assessore al demanio e patrimonio della giunta Marrazzo, potrebbe non essere l'unica. E ne chiederò conto stamattina in aula al vicepresidente della regione Lazio, Massimiliano Smeriglio, delegato da Zingaretti a rispondere alla mia seconda interrogazione sul tema.

Dopo quanto riferito giorni fa in aula dall'assessore al bilancio Alessandra Sartore, ho visionato tutti i documenti allegati, che sono anche all'attenzione della procura della Repubblica. E le date mettono molti dubbi.

Come dovrebbe essere noto, parliamo di due palazzi, acquistati in due circostante diverse dal gruppo Pulcini e affittati a Lazio Service - partecipata al cento per cento della regione - e subito dopo "piazzati" all'Enpam al doppio del prezzo. Gli inquirenti sospettano infatti un vorticoso giro di tangenti grazie alle cospicue plusvalenze realizzate nell'affare, circa sessanta milioni di euro.

C'è stato anche un giallo in più, riferito alla scomparsa di un amico di Di Stefano, Alfredo Guagnelli, sparito nell'ottobre 2009. E qui sta il punto. Finora, i magistrati hanno puntato l'attenzione su un milione e ottocentomila euro che sostengono essere finiti nelle tasche di Di Stefano e 300mila in quelle di Guagnelli. Ma uno dei due palazzi e' stato affittato da Lazio Service nel 2008, sia pure con procedure assai dubbie; il secondo palazzo viene perfezionato nel contratto di affitto - e senza nemmeno uno straccio di gara - solo nel gennaio 2010, attraverso una serie di atti che fanno emergere responsabilità pesanti del consiglio di amministrazione, dell'allora direttore generale D'Annibale - quello che guadagna tra indennità, stipendio e vitalizio più di Napolitano - e la dirigente della logistica, Claudia Ariano, che si dice legata a Di Stefano. Tra i due palazzi, avviene la scomparsa di Guagnelli.

Siccome a quanto pare all'epoca non si faceva nulla gratis, chi ha sostituito nell'operazione l'uomo finito nel nulla? C'è stata una seconda tangente per il secondo palazzo? La coincidenza con le elezioni regionali del 2010 e la necessità di reperire risorse per la campagna elettorale fece allargare le borse?

Purtroppo, non parla nessuno, almeno per ora. Sarebbe interessante ascoltare le voci dei non indagati, ad esempio. Marrazzo, che pure aveva delegato Di Stefano ad avviare l'operazione, ne sapeva qualcosa? E l'assessore che succedette a Di Stefano, Scalia, oggi senatore ultra' renziano, non si accorse di nulla dall'assunzione a Lazio Service dell'Ariano del luglio 2009 fino alla stipula del contratto di locazione con le nostre tasche del 20 gennaio 2010? E D'Annibale, che poi nel 2012 avrebbe annunciato pomposamente la propria mancata ricandidatura alla regione - in realtà negatagli da Zingaretti - non farebbe bene ad allontanarsi da una società per la quale ha firmato contratti insostenibili e figli di presunte malversazioni?

Oggi attendiamo chiarezza e ancora una volta tutta la verità.

MUTI

tribunalePrima

di Francesco Storace

Un mio caro amico dice "zitti come le quaglie", ad indicare i silenti, gli imbarazzati, i pavidi, gli ipocriti, quelli che si fregano le mani. I menefreghisti.

Mi hanno molto colpito i tanti attestati di solidarietà e stima provenienti dal mondo che ruota attorno al centrodestra. Tutta la destra - quella impegnata nella politica seria - si e' fatta sentire, con telefonate e/o dichiarazioni. Diciamo che non mi hanno fatto sentire un pregiudicato per la condanna su un vilipendio inesistente di Napolitano. Ma il giudice ha stabilito che c'era, viva la giustizia e la magistratura. Non sono mazzette, ma parole, e parole di fuoco leggo sulla rete, tutte verso il Colle. Boomerang.

Forse ha ragione Berlusconi, quando domenica sera mi ha chiamato dicendomi che "in fondo ti e' andata bene", "sono capaci di tutto" ha aggiunto. E non ha torto. Altrimenti, Napolitano avrebbe magari dato retta nei giorni scorsi anche alla stessa Giorgia Meloni, che lo invitava a porre fine a questa storia con una presa di posizione chiara. Ma il Colle e' senza voce. Tace. Stavolta sono rossi in viso perché l'hanno fatta davvero grossa.

A destra l'unico a non essersene accorto e' stato Matteo Salvini, l'idolo della protesta che prende voti ma che non ha pronunciato una sola parola, ne' sul processo ne' sulla sentenza. Dicono che dice le cose che dovremmo dire noi, ma in questo caso non le ha dette. Ha avuto molto meno coraggio di altri. Oppure qualcuno gli avrà detto di stare zitto. In pratica, il comportamento osservato da Alfano, anche se quest'ultimo almeno non ha osato mettere la mordacchia ai suoi che hanno voluto liberamente esprimere il loro pensiero a mio sostegno, da Cicchitto ad Augello, da Saltamartini e Sammarco, a tanti altri. La coraggiosissima lega dei popoli si ferma un secondo prima del Quirinale. Un passo avanti, complimenti, Napolitano e' grato.

Anche a sinistra in tanti, a iniziare da esponenti nazionali di rilievo, mi hanno chiamato e non solo in regione - dove pochissimi sono stati i silenti tra assessori e consiglieri di maggioranza, una stima che fa piacere - anche con pubbliche dichiarazioni. Ieri, alla Pisana, gli interventi del presidente della commissione cultura, Patane' (Pd) e del presidente del consiglio regionale, Leodori (anch'egli Pd), e subito dopo la De Nicolò per M5s, mi hanno lasciato senza fiato, emozionato. Hanno messo sotto accusa una legge e la sua applicazione. E questo mette ancora più in risalto l'atteggiamento ipocrita del Pd al Senato, che ha osservato a partire da Zanda e Finocchiaro (quest'ultima del resto ci aveva già abituato....) un vero e proprio comportamento di casta.

Devo forse credere a chi mi ha suggerito all'orecchio che dal Colle era partita una messinscena? A parole si' alla cancellazione del vilipendio, nei fatti la vendetta senza rumore, come era negli auspici di chi esigeva la mia condanna. Un ministro senza opinioni come Orlando ha fatto il resto.

Ma in tutto questo, quello che più inquieta e' proprio l'atteggiamento di Giorgio Napolitano. Zitto. Non parla. Non dice una parola. Pare non rendersi conto della gravità di quanto accaduto, che la fine anticipata del suo secondo mandato - che si annuncia sempre come prossima - coincide con un atto che sa di regime. Ma non voglio far mutare il mio rispetto per il Capo dello Stato - altrimenti non gli avrei mai scritto, all'epoca, una lettera di chiarimento - e spero che una parola saprà trovarla.

Anche perché da giovane parlamentare, quarant'anni fa!, contestava il vilipendio come reato contro le opinioni critiche. Ha cambiato idea, evidentemente. Come sull'Ungheria, dove l'Urss "portava la pace". Il mutamento di opinione sul vilipendio a me invece ha portato sei mesi di condanna. Degnissima.

A TESTA ALTA

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di Roberto Buonasorte

Se nel terzo millennio, nell'Italia di Renzi non eletto da nessuno e quella di Napolitano, che invece è stato sì eletto, ma da un Parlamento "illegittimo" in quanto insediatosi con il "Porcellum" dichiarato a sua volta incostituzionale, esprimi una critica politica o una opinione, ancorché forte, allora ti becchi una bella condanna.
Esattamente come accaduto venerdì a Francesco Storace.
"Ma la pena è stata sospesa" mi hanno detto molti nella giornata di ieri.
Certo, ma è addirittura peggio, perché se in quei sei mesi di condizionale provi a ripetere quell'opinione, sconti questo e quell'altro, tradotto: vai dentro.
Non solo: il problema non è se si va in carcere o no, si tratta di una questione di principio.
Il primo comma dell'articolo 3 Costituzione recita: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Abbiamo visto che non è assolutamente vero, e che la frase "la legge è uguale per tutti", come si legge in bell'evidenza in tutte le aule di tribunale, è solo uno slogan.
Questa storia non finirà qui, prevedo una soluzione parlamentare, ma solo dopo aver dato "l'esempio".
Storace, "il fascista perbene" come lo ha definito ieri Vittorio Feltri sulla prima del Giornale, andava punito, bisognava appunto dare "l'esempio", bisognava - come si diceva una tempo - "punirne uno, per educarne cento"...
Già, la punizione.
Non è bastato a questa nostra "giustizia" e a questa politica moderna, infame e cinica, il reiterato tentativo di distruggere un uomo, una carriera, una famiglia colpita nei sentimenti più cari. Ci ha provato in tutti i modi, il regime.
Prima con la denuncia (fatta da un altro cinico che risponde al nome di Walter Veltroni)  del cosiddetto Laziogate che gli è costato la sconfitta alle regionali e poi le dimissioni da ministro.
Assolto, non prescritto! Così come sulla vicenda Angelucci.
A testa alta.
Mai sfiorato da nulla, nemmeno nella turbolenta stagione della Regione Lazio che ha portato alle dimissioni della Polverini.
Parentesi: in queste ore la Corte dei Conti ha certificato la correttezza dei nostri bilanci di quegli anni dove insieme a Storace ho vissuto la stagione più bella e ricca di insegnamenti della mia lunga esperienza politica ed amministrativa.
Ci voleva questa brutta vicenda, infine, per trarre alcune ultime considerazioni.
La solidarietà a Storace è stata davvero emozionante; dagli uomini di sinistra come Manconi, Smeriglio, Astorre e Zingaretti a tutto lo schieramento di centrodestra, da Gasparri (presentatore della proposta per abolire l'assurdo reato di vilipendio) a Meloni, da Cicchitto a Capezzone a Fitto, per arrivare a Gianfranco Fini.
Da palazzo Chigi non una parola, d'altronde lo stile è quello che è.
Sulla vicenda di mazzette e palazzi d'oro alla Regione Lazio invece, pretendiamo che ci si esprima, si batta un colpo, si invochi la cacciata di chi ancora scorrazza dentro Lazio Service.
A cominciare da quell'imbroglione di Tonino D'Annibale, direttore generale all'epoca dei fatti e consigliere regionale prima e dopo i misfatti, che guadagna 250.000 euro l'anno, addirittura più di Napolitano.
Questo sì che è vilipendio!

TITOLI DI CODA

LeggeRovesciataPrima

di Francesco Storace

Si', deluso. Deluso da morire. Perché quei sei mesi senza un giorno di galera li vivo come lo schiaffo finale. Sarebbe stato meglio trascorrere una notte a Rebibbia per far esplodere di vergogna un Paese in cui un deputato del Pd, Marco Di Stefano, sta ancora in circolazione nonostante le tangenti e i conti in Svizzera e i morti per eternit vengono umiliati dalla prescrizione. Siamo ai titoli di coda di un sistema politico marcio.

Sei mesi con la condizionale sembrano una beffa; mi raccomando, non lo fare più. E mi chiedo che cosa non devo fare più, se ad esempio fidarmi ancora del "chiarimento" col presidente della Repubblica. Insomma, mi dicevo allora, in fondo credo che avrà compreso la sincerità del mio gesto, la pronuncerà quella frase "non capisco perché si svolge questo processo...". Macché, Giorgio Napolitano se ne è fregato.

Forti con i deboli e deboli con i forti. Il presidente della Repubblica e' stato davvero abile nel farmi credere che quella stretta di mano al Colle fosse vera, che la lettera che gli inviai l'avesse sul serio apprezzata. Rischio di beccarmi una seconda accusa di vilipendio se dico quello che penso sul comportamento del Colle e degli uomini a lui più vicini. Si può essere indegni in molti modi, a partire da quelli più subdoli, con l'inganno. Ma ne riparleremo a mente più serena, raccontando se ne avrò voglia dettagli, incontri, falsità.

Qui, sul mio giornale, mi preme anzitutto ringraziare i miei avvocati, Giosuè Bruno Naso e Romolo Reboa, che in uno straordinario mix di competenza professionale e di passione amicale mi hanno dato l'onore della difesa sincera, sviscerando ogni aspetto del processo nella loro ora e mezza di arringa. Al pm sono bastati dieci noiosi minuti per sollecitare la pena poi inflitta dalla giudice Laura D'Alessandro: con la sua decisione finalmente il reato di vilipendio e' applicato a me tantissimi anni dopo Guareschi. Almeno la compagnia e' ottima, anche se pareva tutto già deciso.

Magari sarà contento proprio il Capo dello Stato, i cui pessimi consiglieri dovranno riflettere sul male che fanno ad una democrazia che sanziona con una pena detentiva il diritto di critica. Sarà felice quel servile ministro della giustizia di allora, Clemente Mastella, che autorizzo' l'indagine contro di me. Spero che ora si vergogni di quello che ha provocato, al pari del suo successore che invece nega qualunque procedura di indagine sullo stesso reato: col risultato che si processa e punisce uno solo. Colpirne uno per educarne cento.

Vorrà dire che da domani denunceremo noi per omissione di atti di ufficio il guardasigilli che non autorizzerà i processi contro gli insulti al capo dello Stato. Qualche volta ci autodenunceremo. E voglio vedere che farà Andrea Orlando. Non si illudano che da oggi ci sarà meno gente a prendere a male parole il Quirinale: e' la conseguenza inevitabile di una sentenza irricevibile.

Non so se farò appello: i miei avvocati dicono di si', la mia coscienza dice di no. Non mi fido più di una giustizia così. Decideremo entro sessanta giorni. Caso mai, l'appello deve farlo il Parlamento cancellando o cambiando norme allucinanti.

IL VILIPENDOLO

OrlandoPrima

di Francesco Storace

Hanno inventato il vilipendolo. Il vilipendio che dondola, a seconda di chi e' accusato di commetterlo e nei confronti del presidente della Repubblica. Oggi lo verificheremo con la bilancia della giustizia, in una sentenza che conosceremo nel pomeriggio, dopo sette anni dai fatti, per il processo che riguarda lo scontro polemico che ci fu tra me e Giorgio Napolitano nel 2007.

In questi mesi si e' tentato di abrogare un reato anacronistico, e ci tengo a ringraziare per la battaglia sincera che ha condotto Maurizio Gasparri. Il vicepresidente del Senato ha tentato in tutti i modi di far approvare la sua proposta di legge che spazzava via questo reato di casta, ma il Pd si e' messo di traverso.

Hanno utilizzato il regolamento del Senato per impedire di approvare in commissione giustizia persino una modifica della legge vigente, perché manca il parere della commissione affari costituzionali. Che è presieduta dalla Finocchiaro, un tempo nemica di Renzi per le miserabili (parole sue) accuse sulla spesa con la scorta all'Ikea e oggi killer nel nome di una legge insensata.

Ma, come sempre nella mia vita, non e' un problema. I processi si svolgono in tribunale e i miei legali hanno carte da giocare per vincere anche questa battaglia giudiziaria. L'elemento più' importante e' proprio il vilipendolo, ovvero la giustizia con due pesi e due misure. Come ministro della giustizia, a dare il via libera all'inchiesta della magistratura - roba da regime vecchio stampo sovietico - mi capito' la sfortuna di imbattermi in quel pavido uomo che risponde al nome di Clemente Mastella. Se mi fosse toccato in sorte Andrea Orlando, il guardasigilli di oggi, magari mi sarei salvato come Grillo, come tanti deputati e senatori grillini, persino come quella loro portavoce che in morte di Faletti scrisse che era scomparso il Giorgio sbagliato, Travaglio, e tanti altri.... Orlando non fa processare nessuno....

Invece no. Una battaglia parlamentare per contrastare l'uso politico dei senatori a vita a sostegno del governo Prodi divento' e rimane un reato da punire. Se rispondi con la parola "indegno" all'identica parola usata dal capo dello Stato nei tuoi confronti, vai alla sbarra. Se poi il Senato ti riconosce il diritto a manifestare le tue opinioni e nonostante questo scrivi comunque - e volontariamente - al Presidente per proporre un chiarimento riconoscendo di aver ecceduto e ti riappacifichi con lui, il codice impone incredibilmente di processarti lo stesso.

Oggi saprò finalmente se sarò assolto o condannato, se ho diritto a criticare atti che contesto o se merito la galera. Senza appello, perché non vorrei sconti da uno che dovesse punire la lesa maestà; nel momento in cui un numero crescente di ladroni resta in libertà, si può finire dentro più per la parola che per la mazzetta.

E' un'Italia che mi piace sempre meno; perché e' incapace di reagire contro una minaccia alla libertà di critica che può riguardare chiunque, se sgradito a un ministro. E di questo approfitta il Pd per insabbiare una legge al Senato. Vogliono la rassegnazione di un popolo. Vogliono che non ci si indigni più. Così magari salvano i manigoldi che annoverano tra le loro fila.